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L'apertura della conferenza dei vescovi: la Messa in sardo è più vicina

Pubblicazione: 
Mercoledì, 3 Maggio, 2017 - 11:23

 

Era stata una delle istanze che i vescovi sardi avevano presentato al neoeletto papa Francesco in occasione della visita “ad limina” del maggio 2013, circostanza in cui il pontefice annunciò il suo arrivo a Cagliari. La Conferenza episcopale sarda ha rilanciato con forza la proposta di celebrare la Santa Messa e la liturgia in sardo. Grazie a un intenso dialogo col direttivo della Fondazione Sardinia, da anni impegnata nella difesa e nella valorizzazione della lingua anche nella Chiesa, ha quindi stabilito in un recente documento una serie di linee guida per dare concretezza all'iniziativa. 

LA CHIESA SARDA «I vescovi - sottolinea monsignor Arrigo Miglio, l'arcivescovo di Cagliari che presiede la conferenza episcopale - confermano l'interesse a valorizzare sempre più la lingua sarda nella pietà popolare e nella liturgia, sulla scia di quanto stabilito dal Concilio plenario sardo, oltre che nel rispetto delle norme e delle procedure prescritte dalla Santa sede in materia».

LA SANTA SEDE L'impegno è in particolare rivolto, col coinvolgimento di esperti di linguistica sarda e conoscitori della materia, a predisporre la traduzione (nelle varianti campidanese e logudorese) della Bibbia, dell'Ordinario della Santa messa e di una decina di “Messe proprie”. Si tratta di materiali indispensabili - è sottolineato nel documento della conferenza episcopale, firmato dal segretario Sebastiano Sanguinetti, che è vescovo di Tempio Ampurias, per richiedere l'approvazione “ad experimentum” della Messa in sardo dalla Santa Sede. “Experimentum” già fatto dal prelato sul campo. «Lo scorso anno - ricorda - ho celebrato s'iscravamentu a Olbia nella mia parlata, il nuorese. Quest'anno l'ho fatto in gallurese. E con mia gioia la gente ha accolto con piacere la mia iniziativa. Credo che la valorizzazione della lingua nativa sia utile ad avvicinare la gente alla fede e aiuti a preservare un patrimonio di straordinaria importanza. Perdere la lingua significa disperderlo». Nel loro documento i vescovi puntualizzano che la procedura (approvazione) non è necessaria per riti e pratiche della pietà popolare di cui l'Isola ha già un patrimonio sterminato di testi e opportunità di espressione. «È un campo che ricade nell'esclusiva competenza dell'autorità ecclesiastica locale».

LA FONDAZIONE SARDINIA Diretta da Salvatore Cubeddu, presieduta da Bachisio Bandinu e composta da tanti intellettuali che hanno a cuore la Sardegna e la sua cultura, lavora da anni nella direzione che i vescovi mostrano oggi di voler condividere con determinazione. Tante le opere di traduzione dei testi sacri che sono state curate a partire dalla lingua originale e molteplici le iniziative assunte per incoraggiare il processo. «Momento fondamentale del lungo percorso di studio - ricorda Salvatore Cubeddu - è stato il volume “Lingua sarda e liturgia” (Domus de janas 2008), scritto da Bachisio Bandinu, Antonio Pinna e Raimondo Turtas. Venne consegnato a tutti i parroci dell'Isola affinché fosse stimolo di riflessione». Di recente, per iniziativa della stessa Fondazione, è stata anche sottoscritta da 22 personalità una lettera che chiede all'arcivescovo di Cagliari di poter sperimentare in una chiesa della città, il sabato, la messa in sardo. C'è anche un gruppo di sacerdoti che, composto da Gianfranco Zuncheddu, Mario Cugusi, Mario Ledda, Gianfranco Falchi e Antonio Pinna, sostiene l'impegno degli intellettuali laici. Al fondo la consapevolezza - sottolinea - «che la fede vada riproposta, anche attraverso l'uso del sardo». Allo scopo potrebbe essere utile l'intento della chiesa di produrre i testi nelle varianti campidanese e logudorese. «Anche se - precisa Cubeddu - la Fondazione non preclude la possibilità che si possa optare per una lingua scritta unificata».

 

Manuela Arca

L'Unione Sarda 27/04/2017